Un sorriso al sangue

Nella mia vita ho sorriso così poco che alla fine mi si sono aperte le gengive. Un male. Mi hanno detto che è colpa del fumo, che tutta la mia bocca si sta disfacendo piano piano per le troppe sigarette. Ma io so bene che la causa è un’altra, che sono tutti i sorrisi non fatti.

Negli ultimi tempi, dopo una vita sempre più avara di sorrisi (cortesi o imbarazzati, divertiti o ironici, maliziosi o innamorati, insomma, un po’ di tutti i tipi) ho eliminato anche i pochi che mi erano rimasti. Parlo di quelli cattivi.

Per un po’ tutto è andato bene. Mi sembrava di essere riuscito a ripulire la mia vita, non so. Ad asciugarla, ecco. Ma un giorno le gengive hanno cominciato ad aprirsi. Ho sputato sangue per una settimana e poi lo squarcio (uno solo, da canino a canino, irregolare, quasi disegnato a mano libera) si è cementato in un inespressivo sorriso interno. Come a voler ribadire che di sorrisi esteriori non ce n’era più bisogno, dal momento che li riassumeva tutti lui.

Così ho deciso di non aprire più la bocca: ho smesso di urlare, al ristorante mi concentro sul movimento della forchetta (che deve essere fulmineo e preciso), sbadiglio a labbra serrate e parlo sibilando fra i denti.

Soltanto la sera tardi, davanti allo specchio del bagno, appena prima di andare a dormire, quando ripenso alla giornata appena trascorsa e alle persone con cui ho avuto a che fare, mi concedo un lungo, orripilante, doppio sorriso al sangue.

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