Caravan con viste

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In Scozia, sulle sponde dell’enorme Loch Eil, accomodato in un caravan più simile a una casa mobile che a una roulotte, mi sono sorpreso a guardare il panorama. Cioè, non è che io prima di allora non avessi mai provato emozioni alla vista di uno spettacolo naturale, ma non mi era mai successo di passare così tanto tempo davanti a un lago.
A volte restavo nel caravan e lo guardavo dalla finestra, il lago, a volte uscivo e mi spingevo fino alla riva dopo aver percorso la spiaggia pietrosa che, man mano che si avvicinava all’acqua, si ricopriva di alghe mollicce, sotto le quali i granchi si nascondevano dagli uccelli; a volte passeggiavo lungo il litorale scoprendo nuovi punti di vista.

Oltre a guardare il panorama mi dedicavo ad altre attività: raccoglievo pietre, che poi lasciavo cadere poco lontano da dove le avevo trovate, cercavo di avvicinarmi il più possibile ai conigli selvatici prima che scappassero terrorizzati, e scattavo fotografie (al lago, non ai conigli, che sparivano ben prima di essere a portata del mio obiettivo 18-55 mm).

No, che poi io, una volta tornato da un viaggio, mi scarico le foto e magari le pastrocchio un po’ con Photoshop, sistemo l’inquadratura, vivacizzo i colori, aumento il contrasto, cose così, come fanno tutti, ma questa volta ho preferito non toccarle, perché sono le viste dal caravan, e dal momento che ho trascorso intere mezz’ore a guardarle (perché a seconda dei momenti della giornata e delle condizioni atmosferiche le viste non solo cambiavano, cosa che può accadere anche guardando a lungo un parcheggio di autobus, ma si trasformavano ogni volta in un quadro dipinto da un artista diverso) sarebbe un peccato, mi sono detto, cambiare i colori o il taglio o altro.

Sebbene le viste del lago, una volta fotografate e scaricate sul computer, non riescano a restituire, nel loro insieme, la complessa rete di pensieri (tutti oziosi e quindi preziosi) che hanno scatenato in me quando mi trovavo davanti a loro, devo però ammettere che alcune di esse suggeriscono cose nuove, come se la macchina fotografica avesse interpretato le viste stesse, ora compattando le nubi e rendendole simili a pennellate di gouache, ora incanalando la luce fino a stagliare (sull’acqua o nel cielo) un particolare che i miei occhi non avevano avuto la capacità di vedere.
Ma quando ho finito di riguardare tutte le viste, molte delle quali sono minime varianti di inquadratura, luce o tempi di esposizione, finalmente ho capito: non è stata la macchina fotografica a interpretare le viste aggiungendo particolari nuovi e non sono stato io a cogliere l’essenza di un cielo nuvoloso o di un tramonto: a fare tutto ciò, molto più semplicemente, è stato il lago.

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