La terapia della trascrizione #1

Ultimamente sono arrivato a pensare che il processo di crescita e maturazione costituisca uno degli editing più crudeli e continui, di modo che il romanzo della propria esperienza – a diciannove anni un pasticcio enorme e indisciplinato, pieno di annotazioni, con le pagine affastellate disordinatamente – verso i quarant’anni finisca per risolversi in un racconto abbastanza convenzionale di vita provinciale e, verso i sessanta, per ridursi a una di quelle incisive opere ‘minimaliste’ in cui l’ironia e il gioco di parole sostituiscono l’intreccio.

David Leavitt, Martin Bauman, Mondadori, 2002, trad. Delfina Vezzoli

Qualche anno fa, nel mio blog precedente, mi ero dato a questa terapia, che ora riprendo. Non sia mai che. Di solito, dopo aver trascritto il brano, non resistevo alla tentazione di aggiungere qualcosa di mio. Era la terapia che stava funzionando oppure si trattava dell’evidenza di quanto fosse inutile? Non l’ho mai capito.

C’è da dire che, insieme al lento digitare, che riga dopo riga completa i tasselli di questa terapia quasi omeopatica, cresce l’appropriazione.
Scrivere è leggere con il corpo, si potrebbe dire in questo caso (in altri, non so).

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