Io sto in porta

Ok, è vero, non sopporto il calcio, ma con Ernestorm giocare a calcio mi piace. Calcio, insomma, una parodia del calcio. Comunque entriamo nel campetto, lui con palla arancione semisgonfia sotto il braccio, io sigaretta in bocca e sandali di un numero più grandi. No, perché i miei sandali sembrano dei mocassini cuciti da un cieco col Parkinson, tagliati storti e martoriati da volenterose prese d’aria, però sono chiusi. Un vantaggio rispetto a Ernestorm, i cui sandaletti sono un’imitazione ben riuscita delle Birkenstock (che ne esistano di mal riuscite, visti gli originali, è impossibile).
Lo guardo:
– Io sto in porta, ok?
Per tutta risposta, lui si piazza a due metri da me e inizia a tirare decine di, come le chiama lui, bombe. Segna parecchi goals. Per una mezz’ora tutto procede bene: gli faccio fare qualche colpo di testa, a volte lui prende la palla con entrambe le mani e sferra un calcione che la fa finire molto più in alto della traversa, oppure tenta qualche palleggio (uno, rigorosamente con il ginocchio), cose così.

Poi arrivano: due padri, con due figli a testa. Magliette ufficiali di squadre reali, scarpette gialle e nere, pallone di cuoio.
– Partita?
Ernestorm mi lancia uno sguardo supplichevole.
– Ma certo, rispondo entusiasta.
Arrivano altri ragazzini, e inizia l’incontro. Dal centrocampo, come da regolamento. Parlano di ruoli, si gridano a vicenda “Allarga”, “Apri”, “Sulla fascia”.
Ernestorm è un pigmeo magrolino che corre come un pazzo. Dove c’è il pallone, a meno di un metro c’è anche lui. Ogni tanto rifila qualche calcione al portatore di palla, ma essendo praticamente a piedi nudi, ha l’effetto di una zanzara senza saliva.
Io sto in porta.

Il papà capo (anche da lontano si vede che ha un passato calcistico) vuole fortissimamente fare goal. Per questo tira fortissimo, come se intorno a lui non ci fossero ragazzini e bambini, ma omoni grandi e grossi. Ci prova più volte, ma o il mio corpo o il palo o la traversa si mettono in mezzo. Spesso la palla viene accolta con uno stridio lamentoso dalla recinzione di fondo campo. A ogni errore, il papà capo si esibisce in un rabbioso merda o un più fatalista mavaffanculova’.
Gli suggerisco di stare calmo, ma lui risponde che ormai è una questione di principio.
A un tratto, il papà capo ferma il gioco, prende la palla, corre a bordo campo dove giace una borsetta nera da killer in vacanza e ne estrae una mini pompa nera e un ago per gonfiare i palloni.
– Adesso sì, dice trionfante al termine dell’operazione, stringendo forte la palla con le sue grosse mani. Poi mi guarda con aria di sfida.
Nel corso dell’azione successiva, si lancia in uno slalom travolgente, che lascia basiti tutti i ragazzini e i bambini avversari, e si presenta solo davanti alla mia porta. Io mi sposto appena in tempo e intravedo un proiettile bianco e nero sfiorarmi la spalla e centrare la rete.
È goal.
Il papà capo è soddisfatto e decreta la fine delle ostilità.
– Tutti al torrente, grida alla sua truppa.
Io vado verso Ernestorm, che nel frattempo ha ripreso a calciare la sua palla arancione.
– Sei stato bravissimo. Giochiamo ancora?
Lui annuisce contento, e aggiunge:
– Tu stai in porta: sei bravo a parare.
L’ho già detto che non sopporto il calcio? Forse sì. E che con Ernestorm giocare a calcio mi piace?

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