Formicolio doloroso (e io oso)

Formicolìcola la mano. Poi il braccio e la spalla. Sai no com’è quando formicolìcolano? Sai?

Sai quando il polso rassomiglia all’osso di cane, dislocato altrove come se fosse in missione diplomastica per conto dell’avambraccio, e senti la mano trigonfia e allo stesso tempo vuota e sola perdersi in un vuoto spavento d’erezione mattutinale – bagnamutande si dice – che tutte le volte (e qui passo all’io di formicolio) se la penseggio m’erige.

Passo all’io di formicolio, mi crogiolo nell’umore stimolato da sinapsi birichine, ingenuamente attente al ben lubrificcare, e se nel nulla (dicono) non si può mica entrare, non rimane che perdervicisi(mi) come ci si perde nelle parole, senza sapere e senza imparare, rimembrando – mioddio, ma qui c’è il ricordo, il membro (c’è il brando) – l’allegro negro del comic da triste caserma, da truppa e da branda, forse il Lando, chissà, forse il Tromba, che posto dinanzi a popputa bionda potea con giustificata orgoglianza affermare: “Venire. Senza doccare”.

Formicolio doloroso.
E allora? Io oso.

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