La quaresima delle cose

È preferibile dedicarsi alle piccole cose. È meglio. Si può essere chirurgici. Maniacali. Che forse è lo stesso. No, perché uno si alza alle sei del mattino e sa già cosa lo aspetta con una certezza quasi assoluta, e questo non gli piace. Due ore dopo, quando esce di casa, ha l’illusione che possa succedere di tutto, ma non è così. Per questo decide di vivere in una contraddizione a corrente alternata, affermando e negando sempre la stessa cosa. Per fare ciò, si dice, è meglio lavorare alle piccole cose.

Ad esempio.

Uno beve il suo primo caffè, quello del mattino, e giorno dopo giorno diminuisce la quantità di zucchero finché non si abitua a berlo amaro, ma poi non sa cosa può fare per renderlo più piacevolmente spiacevole, e allora diminuisce la quantità di acqua nella moka, preme sempre di più la miscela nel filtro, fino a che non ottiene un grumo di fango nero che poi però, nuovamente, non lo soddisfa più e allora lascia che la fiamma azzurra porti a ebollizione il tutto al punto che è costretto a cambiare la guarnizione ogni tre giorni, e per un po’ si crede appagato da quel sapore di metallo bruciato e dal puzzo che impesta la cucina rendendola invivibile.
Poi, però, non gli basta più.

Allora ricomincia da capo, con il caffè d’orzo annacquato o con uno di quei nauseanti surrogati solubili, a cui aggiunge quattro cucchiaini di zucchero, oppure del miele, dello zucchero di canna, o un po’ di latte, magari del malto, o anche tutto assieme.

Esaurire tutte le possibilità. Chiudere il discorso una volta per tutte. Soltanto con le piccole cose, si può. Sono tutti tasselli, si dice, che uno dopo l’altro vanno al loro posto. Non c’è fretta.

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