Olimpiadi, vodka e web

Quest’anno le Olimpiadi le ho viste. Insomma, ho visto qualcosa, poca roba alla fine, ma le ho viste. Non come l’altra volta, quando le hanno fatte in Cina, che non ho visto nemmeno una gara. Sembra impossibile non guardare le Olimpiadi, ma il fatto di non avere la TV aiuta. A Lipari (quest’anno sono stato in vacanza lì) ho conosciuto l’anziano gestore di un bar che, quando ha saputo che non avevo la TV, mi ha guardato in un modo. Poi mi ha spiegato che la TV è importante, anche se adesso – con tutti i canali che ci sono – è sempre più difficile trovare qualcuno che abbia visto lo stesso programma che hai visto tu, e così la funzione fondamentale della TV è venuta a mancare, perché secondo lui la funzione fondamentale della TV è (anzi, era, adesso non più) creare un territorio comune e condivisibile, qualcosa di cui tutti erano in grado di parlare, e questa sua teoria mi era piaciuta molto. In ogni caso non possedere una TV (è questo che volevo dire) non è una scusa valida per non guardare le Olimpiadi, dal momento che esiste il web. D’altra parte c’è così tanta gente al mondo che, per un motivo o per l’altro, non guarda le Olimpiadi. Non c’è bisogno di sentirsi escluso da niente.

Ma quest’anno ho rivisto la TV, anche se solo sul web, dopo quasi otto anni, con l’idea precisa di guardare qualche gara. Un po’ a caso, la sera tardi, a volte con gli occhi che incominciavano a chiudersi, ho visto un set di pallavolo, la replica di qualche semifinale, un’intervista o due, un po’ di pugilato, cose così. Come la finale del salto in alto, o meglio, un pezzo della finale, tipo gli ultimi quattro o cinque salti.

Ecco. A un certo punto, mezzo intorpidito dal caldo, ho cominciato a seguire i movimenti di uno dei finalisti che tardava a saltare e, a torso nudo, se ne stava inginocchiato a frugare nella sacca. Ivan Uchov non trovava più la maglietta da gara. Ha cercato per un po’, facendo gesti eloquenti ai giudici, poi si è infilato una t-shirt azzurra, ci ha attaccato sopra il pettorale, e ha raggiunto la posizione. È partito con la sua t-shirt svolazzante come i capelli lunghi fino alle spalle, e ha superato al primo tentativo la misura che gli è poi valsa l’oro. Non sembrava per nulla il classico saltatore, altissimo e filiforme, serio come un pastore protestante e con le gambe da ragno. Ricordava piuttosto la versione smagrata di Mickey Rourke in Bar Fly: una corsa potente e poco controllata, i capelli tipo criniera e un viso segnato nonostante i suoi ventisei anni. A guardarlo gareggiare sembrava un po’ tuonato, o almeno mi sembrava così. Poi sono andato sul web (cioè, già c’ero sul web, ma sono andato su Google, che per un sacco di gente è “il” web) e ho cercato di lui.

È l’unico saltatore a usare scarpe da sprinter e non da saltatore, e così quando piove rischia di scivolare in curva.

Misura 192 cm di altezza per 85 Kg, ma quando non gareggia arriva facilmente a pesarne 105; a questo proposito ha dichiarato: “A bit of extra weight protects the muscles and ligaments. It is like training with a barbell – only it always with you”. Barbell l’ho dovuto cercare su Google Translator ed è il bilanciere.

Quattro anni fa, in un meeting svizzero, ha fallito la misura di 180 cm perché a bordo pista aveva aggiunto al Red Bull che gli atleti bevevano fra un salto e l’altro un po’ di vodka, e si era poi scoperto che prima della gara aveva bevuto Aquardente de Medronhos, un brandy portoghese distillato da piccolissimi produttori, chiamato anche Firewater. Il suo allenatore aveva poi dichiarato che Ivan aveva il morale a terra per la mancata qualificazione alle Olimpiadi di Pechino. E poi aveva litigato con la fidanzata.

Ecco, ho pensato alla fine soddisfatto, per quest’anno con le Olimpiadi sto a posto.

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