Cos’è, ti è morto il gatto?

Davanti al gatto di famiglia, morto e in discreto stato di decomposizione in seguito ad avvelenamento, sono stato male. Non per una ragione affettiva (i gatti non mi piacciono) ma perché mi sono trovato davanti alla manifestazione più naturale del mondo, l’entropia in azione. L’entropia è selvaggia, si percepisce l’urgenza di dissipare l’energia e di disperderla nell’ambiente. Sul corpo del gatto morto migliaia di organismi lavoravano con questo scopo.

Così mi è venuto in mente Lo Zoo di Venere di Greenaway, un film che ho visto e rivisto, un film che mi calamitava allo schermo. La decomposizione mi calamitava, soprattutto se accelerata: d’altra parte chi può dimenticare il corpo di quella zebra muoversi frenetico, sobbalzare, come se avesse fretta di disintegrarsi. Ma quando te la trovi davanti, la decomposizione, ti accorgi che non c’è bisogno di accelerarla, ti accorgi che è velocissima, che il corpo morto sembra ancora respirare, ma che quello è il respiro della decomposizione.

Allora mi sono chiesto, ma perché se la si vede in un audiovisivo (la decomposizione in azione, dico) c’è bisogno di accelerarla per far sì che lo spettatore la colga, mentre dal vivo (se così si può dire) la velocità della morte in corso è così evidente?

È l’odore, mi sono risposto, il dolcissimo odore della decomposizione a dare la misura della velocità. La bocca che al posto dei denti e della lingua offre un brulicame nero, il ventre gonfio che abbandona il pelo per sempre, la coda fissa in una esse che scopre l’ano da cui fa capolino l’ultima evacuazione pietrificata, tutto questo non è niente di fronte al lezzo (ripeto, dolcissimo) che entra nelle narici e si imprime nel cervello, tanto che mentre scrivo lo sento ancora.

Mentre scavavo la buca pensavo alla storia dell’uomo. È ridicolo, lo so, ma pensavo alle fosse comuni, ai luoghi delle stragi, ai campi di battaglia e agli ospedali da campo, e in quel momento ne ero quasi sicuro, abituarsi all’odore dolcissimo della decomposizione è il segreto dell’essere disumani. Non è distribuire la morte a distanza o causare sofferenze indicibili a chissà chi. Per essere disumani, pensavo (e non necessariamente malvagi o crudeli, non so come dire, perché anche una vittima può essere disumana) bisogna abituarsi all’odore della decomposizione.

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