Ti aspetto

L’altra sera tornavo a casa dopo una trasferta di lavoro che si era protratta un po’ troppo. Però ero sereno. Sai, no, quando sfori, sfori, e a un certo punto non è più tardi perché è sera. E io la sera sto sempre bene. Poi mi piace davvero tanto guidare da solo, lungo l’autostrada buia con la musica alta, forse perché è la cosa più avventurosa che faccio. Mi piace, e mi piace ancora di più, ad esempio, quando c’è la nebbia, e l’altra sera c’era anche la nebbia. La musica era Bad as me, e se un tipo di sessantadue anni è capace di fare musica così, pensavo, vuol dire che non tutto è perduto. Ogni tanto scrivo di me che viaggio in autostrada, di notte. Il mio topos, mi sa. Che poi di base sono un tipo ripetitivo, e – ripeto – le mie avventure sono state (e sono) proprio queste: lunghi viaggi notturni in autostrada, dove si ha del tempo, e non ci sono altre situazioni (almeno per me) dove il tempo è altrettanto palpabile, e persino manipolabile, dal momento che i comandi dell’auto, il cambio il freno l’acceleratore, possono influire direttamente sul tempo. Durante i miei tragitti elaboro teorie astruse che, non appena spengo il motore, svaniscono, lasciandomi un retrogusto progettuale che il più delle volte, come accade nei sogni, va perduto. Ho percorso migliaia di chilometri nelle autostrade buie, ma è soltanto ultimamente che vivo questi viaggi in totale serenità, senza apprensioni per quello da cui sono partito e quello verso cui sto andando. Talvolta accadono piccoli miracoli. Come l’altra sera, mentre guidavo più intento del solito (la nebbia insistente e la corsia singola dovuta agli eterni lavori in corso mi obbligavano a tendere i sensi e i muscoli lombari) quando il cellulare abbandonato sul sedile accanto a me si è acceso e ha lasciato apparire due semplici parole (ti aspetto) che hanno fatto fare ai miei pensieri una derapata, come se si fossero trovati davanti a un muro di luce, e infatti i copertoni dei miei pensieri, stridendo, hanno sollevato una nuvola di luce. Da quel momento in poi il viaggio è diventato teletrasporto, perché non si trattava più della volontà di arrivare, ma piuttosto di un fenomeno a livello molecolare, in cui tutto ciò che stava muovendosi e viaggiando (plastica, carne, metallo, ossa) tendeva alla meta in un’indicibile unità d’intenti. E al mio arrivo il buio, il tempo, la nebbia si sono stemperati – la musica, l’autostrada, i pensieri – si sono stemperati nella sola cosa che conta: l’attimo.

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