Sulla malattia, il tempo, Woodstock e le scopate (racconto già postato, poi misteriosamente scomparso. Mah)

Veniva dal New Jersey, e le prime parole che mi disse non si potevano considerare dei convenevoli.
– Sono venuta a morire qui.
– A Riccione?
– Sì.
Era così magra e nodosa, che sembrava una pianta di vite appena dopo la potatura di gennaio.
Aveva il volto deturpato da un’infiammazione, a suo dire cronica, di un rosso acceso, come un cuore appena espiantato (uno di quelli da serie TV, non uno vero), un’infiammazione che partiva dalla gola e, dopo aver invaso il mento, saliva in un reticolo di filamenti color porpora fino agli occhi, disegnando una mappa che ricordava le nervature di una foglia di zucca.
Non era vecchia, era malata.
L’anellino che le trafiggeva il sopracciglio destro e il tatuaggio sulla spalla scarnificata, raffigurante un simbolo ormai irriconoscibile, slavato e stropicciato com’era da quella pelle pergamenata, rivelavano un passato interessante, in cui segnare in modo indelebile il proprio corpo significava ancora qualcosa.
Se ne stava in spiaggia semivestita, sempre all’ombra, a fumare piano sigarette sottili e senza filtro.

– La CIA fece in modo che i poliziotti (Dio, ce n’erano a migliaia) non intervenissero: in quei tre giorni non ci fu nemmeno un arresto per droga, anche se la maggior parte di quei cinquecentomila faceva uso di erba o di LSD.
Mi raccontò a lungo di Woodstock, perché lei c’era stata. Era convinta che la CIA avesse approfittato di quel concerto per documentarsi sull’impatto che le droghe potevano avere su una grande massa di persone.
– Sì, perché dopo aver visto migliaia di giovani bruciare la bandiera americana e rifiutarsi di andare in guerra, il governo corse ai ripari per fermare l’onda pacifista e recuperare quella generazione difettosa.
Io ascoltavo senza parlare molto: consideravo il tempo vissuto in occasioni memorabili l’aspetto più affascinante dell’esistenza.
– Quindi c’eri quando Hendrix ha suonato l’inno americano?
– Avevo quindici anni. Ricordo che ho scopato cinque ragazzi diversi in tre giorni. Puoi immaginarlo?
– So che può succedere.
– Cinque in tre giorni?
– So di due in un giorno.
– E uno dei due eri tu…
Esitai a rispondere, abbassando gli occhi e il tono della voce.
– So di questo: due in un giorno solo.
– Ok, non indago oltre.
Le sorrisi. Lei riprese.
– Comunque da allora non mi sono più fermata.
– Di scopare, dici?
– Sì. Di scopare.

Le sue gambe nude, dalla pelle cascante e dalle giunture giganti, sopportavano un’infiammazione identica a quella che le deturpava il volto. La stessa tonalità di rosso porpora, dai piedi chilometrici, saliva fino ai suoi polpacci sgonfi. Quando si stendeva sul lettino sembrava uno di quei cadaveri di Auschwitz, così magri da aderire perfettamente alla superficie che li ospita e li sostiene.
Era orribile da guardare, la mia vicina di ombrellone.
– Sono vecchia, ora, vedi?
– Sei malata, non vecchia.
– È la stessa cosa.
– Non saprei.
– Lo so io, che ho sempre misurato il tempo a suon di scopate.
– E com’era, quel tempo?
– Immobile. Scopare con persone sempre diverse ferma il tempo.
– Sì?
– Sì. Poi, quando mi sono ammalata ho smesso, e il tempo ha cominciato a scorrere. Velocissimo, merda, come se volesse recuperare quella parte di sé che aveva perduto.

Ogni tanto si alzava a fatica dal lettino, si copriva con una camicia lunga e sfilacciata ai bordi e si dirigeva senza fretta, calpestando teli mare e giocattoli in plastica, verso il bar, dove ordinava una birra ghiacciata. Fatto qualche passo, di solito si voltava verso di me, scuotendo la testa come se volesse dire: Non dovrei. Poi strizzava un occhio e proseguiva.
Vista di schiena sembrava davvero vecchia.

Qualche giorno dopo eravamo a letto insieme: era incredibile, così brutta e così brava. Un senso di nausea dolciastra mi riempiva la bocca mentre il mio pene riempiva la sua.
Quando sollevò la testa sembrava allarmata.
– Stiamo scopando, vero?
– Beh, sì…
– Voglio dire, non stiamo facendo l’amore.
– No, no. Tranquilla.

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