rettifilo #9

Questa cadenza con cui mi muovo è continua, priva di sbalzi e senza rotture, perché ormai ho preso il ritmo giusto, e l’unico particolare che mi fa pensare a me (che per il resto, a me non penso) sono le mie gambe, quando guardo le mie gambe muoversi in cadenza (sono a piedi ora, la caviglia che doleva sta guarendo, il sole brucia sulle spalle, ma ho un cappello di paglia che mi protegge dal caldo) le mie gambe che superano con facilità i piccoli dislivelli delle pietre sconnesse, ed è come muoversi lungo un binario circondato da nulla, cioè acqua, e che termina in nulla, cioè acqua, che è anche ciò da cui vengo e verso cui vado, e anche se là in fondo si indovina un’isola, non può che essere una specie di Thule, perché al termine del molo (ecco cos’è quello su cui cammino, un molo) non c’è panchina né parapetto, né tantomeno natanti traghettatori, sembra non esserci nulla alla fine del molo, eppure guardando meglio, socchiudendo gli occhi sotto la tesa del cappello per bucare i raggi del sole radente, alla fine del molo, ecco, ci sono io.

Mozia, giugno 2010

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