rettifilo #6

Cinque Terre, giugno 2003

Come quella volta che mi sono trovato in un tunnel pedonale dai muri malmessi e macchiati di umidità dove, dopo alcuni metri, il calore esterno (perché mi trovavo in un posto di mare ed era quasi estate) era stato sostituito da un gelo bagnato che solleticava la pelle nuda (perché ero in costume da bagno), un tunnel del tutto deserto, illuminato a giorno da neon giurassici e disseminato, in prossimità delle pareti, di buche rattoppate alla meglio con assi dissestate, e sebbene non fossi solo, perché c’era lei, la donna rettilineo voglio dire, sebbene fossi insieme a lei ho tenuto d’occhio con apprensione la fine del tunnel, dove si vedeva una macchia bianca per nulla rassicurante e dove ci avrebbe aspettato il ritorno, ed ecco che forse per la prima volta ho temuto lo schianto, dal momento che la fine di quel rettilineo sarebbe coincisa con un calore da afflosciare le giunture, una luce da sciogliere le cornee e un ritorno da uccidere ogni buonumore, e appena prima di mettere il piede fuori dal tunnel sono riuscito a mormorare un “lasciate ogni speranza o voi che uscite” che lei non aveva colto o sentito, o voluto cogliere o sentire, forse perché anche lei, come me, pensava all’imminente e per nulla imprevisto, ineluttabile anche se non inevitabile, ripetibile quasi all’infinito e solo apparentemente innocuo schianto.

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