Certi tipi di bastardi fumano di continuo

Arrivarono nel primo pomeriggio, con il caldo. Lei ansimava sottovoce ma con la frequenza di un toporagno, lui contrappuntava con rumorose tirate di naso con ingoio.
Il vento di quella mattina di fine agosto era scomparso e perfino l’ombra portava con sé arsura e bruciore. Stavo quasi per andarmene, quando li vidi in faccia, mentre prendevano possesso di sdraio e ombrellone, proprio davanti a me. Mi accorsi subito che non erano una coppia come un’altra, di quelle che trascorrono il fine settimana in spiaggia per consolidare l’abbronzatura presa in qualche isola del cazzo.
Lui era sudato di quel sudore cronico che fa pensare all’unto. Il colore del suo viso, un grigio capace di resistere a qualsiasi raggio UV, lo rendeva simile a un sauro. Lei aveva gli occhi più freddi che mi fosse mai capitato di incrociare: erano occhi di mercurio, ottusi e cattivi. Occhi da alieno, da cyborg, occhi da non morto.
Quei due non si dicevano una parola.
Lui fumava a ripetizione, mentre lei masticava qualcosa di gommoso. Lui fumava e tirava di naso emettendo rumori profondi misti a fumo. Certi tipi di bastardi fumano di continuo, accendendosi una sigaretta dopo l’altra con il mozzicone di quella che hanno appena finito. Io, ad esempio, sono quasi così. Ma lui, merda, lui era insuperabile perché, come constatai dopo un paio d’ore, reggeva nel lungo periodo.
Quando rimasero in costume da bagno iniziò lo spettacolo.

Lui aveva un corpo privo di una forma ben definita e, pur non essendo obeso, custodiva nelle parti molli rotoli di grasso e depositi adiposi di medie dimensioni. I peli invadevano parte della schiena, accrescendo la sensazione di unto, mentre il grigio del viso lasciava posto a un bianco sporco che rendeva il corpo ancora più informe.
Lei era così magra da sembrare bidimensionale. I capelli biondi erano acconciati in due trecce da dodicenne, mentre il bikini spiccava sulla pelle di gesso, così bianca che il colore del costume si sarebbe potuto definire rosso jungla, quasi porpora.
Quando si voltò vidi la cicatrice.
Lunga, callosa, più scura rispetto a quella pelle quasi priva di qualsiasi pigmento, partiva dallo sterno e si stiracchiava fino al termine del costato, attraversando i piccoli seni come una catena montuosa in miniatura capace di far rabbrividire.

Poi lui si alzò: non avevo mai visto nessuno, prima, camminare a piedi nudi sulla sabbia rovente con un passo così stanco e strascicato, come quando ci si è appena svegliati e si tenta di raggiungere il cesso con le ciabatte messe alla cazzo. Alla fine arrivò al molo contro cui la spiaggia terminava e scomparve. Poco dopo lei lo seguì, muovendosi con circospezione e guardandosi intorno, quasi volesse memorizzare le peculiarità del luogo.
Riapparve dopo mezz’ora circa, da sola, con l’espressione corrucciata. Camminava a scatti, fermandosi di tanto in tanto. Non sapeva dove andare. Sbagliò fila un paio di volte, poi finalmente raggiunse l’ombrellone giusto. Infilò una mano nella borsa frugando fino a quando non estrasse un pacchetto di sigarette. Poi tornò verso il molo.
Fu allora che mi decisi di andarci anch’io, al molo.

Li scovai seduti su un blocco di cemento, un po’ defilati e al riparo dalle onde. Arrivai che lui la stava facendo alzare e piegare leggermente in avanti. Quando lei fu in posizione, lui spinse fra le natiche la sua mano destra chiusa a cucchiaio, in modo che la punta delle cinque dita si toccassero. Il costume scomparve in quel sedere magro, mentre lui spingeva sempre più a fondo e intanto ingoiava quello che, rumorosamente, tirava su col naso. Lei continuava a masticare, lamentandosi piano.
Sembravano tranquilli. Lui la scopava con una mano e a lei sembrava andar bene così. Me ne tornai alla sdraio, e senza farmi troppe domande mi addormentai.

Li ritrovai verso sera al bar della spiaggia, vestiti e pronti per andare via. Stavano solo aspettando che il tipo al bancone gli servisse un paio di birre. All’improvviso lei lo prese per il mento e lo baciò con forza.
Poi si abbracciarono a lungo. Lui a tratti le sussurrava qualcosa, e lei allora inclinava la testa per ascoltare meglio. Altrettanto all’improvviso si staccò da lui, prese le birre e andò verso un tavolino.
– E non bestemmiare, stronzo.
Aveva una voce da bimba, stridula e un po’ cantilenante. Lui la raggiunse e si sedette, prendendole il viso fra le mani.
– Vaffanculo.
– No, tu. Vaffanculo tu.
Alla fine me ne sono andato io, perché quei due sembravano non avere nemmeno l’intenzione di toccarle, quelle birre del cazzo.
Anzi, avevano ripreso ad abbracciarsi.

[these are the days of wild]

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