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poi ride

mordere i suoi denti: bianchi, dolci, storti. mostruosità ben scandite.

poi ride

I millepiedi che siamo

promenade

Poi quando si cammina, ci s’incasina – i millepiedi che siamo – ma si cammina di continuo, di qua e di là, senza o con meta, perché dicono che l’importante sia andare, e che se bisogna andare, si va, e mentre ci si muove incessantemente guidati da questo irrazionale impulso ad andare, all’improvviso c’è qualcuno che decide di fare un pezzo di strada insieme a qualcun altro, ma poi purtroppo o per fortuna i millepiedi che siamo cambiano strada, e ci si ritrova a camminare di nuovo in mezzo a milioni di altri piedi, perché è quando si cammina appaiati che in realtà si è davvero soli, è quando i passi risuonano all’unisono e la direzione non è importante che si è soli e spersi, mentre bisognerebbe piuttosto camminare per arrivare – non importa dove – e non soltanto per andare, bisognerebbe piuttosto camminare per potersi prima o poi fermare, anche se non si sa mai perché, bisognerebbe piuttosto camminare per poter prima o poi stramazzare in pace, anche se non si sa mai quando, e insomma bisognerebbe piuttosto camminare nella massima confusione con la massima determinazione, perché altrimenti, quando si cammina, poi ci s’incasina.

Arrivarono nel primo pomeriggio, con il caldo. Lei ansimava sottovoce ma con la frequenza di un toporagno, lui contrappuntava con rumorose tirate di naso con ingoio.
Il vento di quella mattina di fine agosto era scomparso e perfino l’ombra portava con sé arsura e bruciore. Stavo quasi per andarmene, quando li vidi in faccia, mentre prendevano possesso di sdraio e ombrellone, proprio davanti a me. Mi accorsi subito che non erano una coppia come un’altra, di quelle che trascorrono il fine settimana in spiaggia per consolidare l’abbronzatura presa in qualche isola del cazzo.
Lui era sudato di quel sudore cronico che fa pensare all’unto. Il colore del suo viso, un grigio capace di resistere a qualsiasi raggio UV, lo rendeva simile a un sauro. Lei aveva gli occhi più freddi che mi fosse mai capitato di incrociare: erano occhi di mercurio, ottusi e cattivi. Occhi da alieno, da cyborg, occhi da non morto.
Quei due non si dicevano una parola.
Lui fumava a ripetizione, mentre lei masticava qualcosa di gommoso. Lui fumava e tirava di naso emettendo rumori profondi misti a fumo. Certi tipi di bastardi fumano di continuo, accendendosi una sigaretta dopo l’altra con il mozzicone di quella che hanno appena finito. Io, ad esempio, sono quasi così. Ma lui, merda, lui era insuperabile perché, come constatai dopo un paio d’ore, reggeva nel lungo periodo.
Quando rimasero in costume da bagno iniziò lo spettacolo.

Lui aveva un corpo privo di una forma ben definita e, pur non essendo obeso, custodiva nelle parti molli rotoli di grasso e depositi adiposi di medie dimensioni. I peli invadevano parte della schiena, accrescendo la sensazione di unto, mentre il grigio del viso lasciava posto a un bianco sporco che rendeva il corpo ancora più informe.
Lei era così magra da sembrare bidimensionale. I capelli biondi erano acconciati in due trecce da dodicenne, mentre il bikini spiccava sulla pelle di gesso, così bianca che il colore del costume si sarebbe potuto definire rosso jungla, quasi porpora.
Quando si voltò vidi la cicatrice.
Lunga, callosa, più scura rispetto a quella pelle quasi priva di qualsiasi pigmento, partiva dallo sterno e si stiracchiava fino al termine del costato, attraversando i piccoli seni come una catena montuosa in miniatura capace di far rabbrividire.

Poi lui si alzò: non avevo mai visto nessuno, prima, camminare a piedi nudi sulla sabbia rovente con un passo così stanco e strascicato, come quando ci si è appena svegliati e si tenta di raggiungere il cesso con le ciabatte messe alla cazzo. Alla fine arrivò al molo contro cui la spiaggia terminava e scomparve. Poco dopo lei lo seguì, muovendosi con circospezione e guardandosi intorno, quasi volesse memorizzare le peculiarità del luogo.
Riapparve dopo mezz’ora circa, da sola, con l’espressione corrucciata. Camminava a scatti, fermandosi di tanto in tanto. Non sapeva dove andare. Sbagliò fila un paio di volte, poi finalmente raggiunse l’ombrellone giusto. Infilò una mano nella borsa frugando fino a quando non estrasse un pacchetto di sigarette. Poi tornò verso il molo.
Fu allora che mi decisi di andarci anch’io, al molo.

Li scovai seduti su un blocco di cemento, un po’ defilati e al riparo dalle onde. Arrivai che lui la stava facendo alzare e piegare leggermente in avanti. Quando lei fu in posizione, lui spinse fra le natiche la sua mano destra chiusa a cucchiaio, in modo che la punta delle cinque dita si toccassero. Il costume scomparve in quel sedere magro, mentre lui spingeva sempre più a fondo e intanto ingoiava quello che, rumorosamente, tirava su col naso. Lei continuava a masticare, lamentandosi piano.
Sembravano tranquilli. Lui la scopava con una mano e a lei sembrava andar bene così. Me ne tornai alla sdraio, e senza farmi troppe domande mi addormentai.

Li ritrovai verso sera al bar della spiaggia, vestiti e pronti per andare via. Stavano solo aspettando che il tipo al bancone gli servisse un paio di birre. All’improvviso lei lo prese per il mento e lo baciò con forza.
Poi si abbracciarono a lungo. Lui a tratti le sussurrava qualcosa, e lei allora inclinava la testa per ascoltare meglio. Altrettanto all’improvviso si staccò da lui, prese le birre e andò verso un tavolino.
- E non bestemmiare, stronzo.
Aveva una voce da bimba, stridula e un po’ cantilenante. Lui la raggiunse e si sedette, prendendole il viso fra le mani.
- Vaffanculo.
- No, tu. Vaffanculo tu.
Alla fine me ne sono andato io, perché quei due sembravano non avere nemmeno l’intenzione di toccarle, quelle birre del cazzo.
Anzi, avevano ripreso ad abbracciarsi.

[these are the days of wild]

Era del New Jersey. Le prime parole che mi disse non si potevano considerare dei convenevoli.
- Sono venuta a morire qui.
Era così magra e nodosa, che sembrava una pianta di vite appena dopo la potatura di gennaio.
Aveva il volto deturpato da un’infiammazione – a suo dire cronica – di un rosso acceso, come un cuore appena espiantato (uno di quelli da serie TV, non uno vero), un’infiammazione che partiva dalla gola e, dopo aver invaso il mento, saliva senza badare alle labbra esangui fino agli occhi, disegnando una mappa che ricordava le nervature di una foglia di zucca.
Non era vecchia, era malata.
L’anellino che le trafiggeva il sopracciglio destro e il tatuaggio sulla spalla scarnificata, raffigurante un simbolo ormai irriconoscibile, slavato e stropicciato com’era da quella pelle pergamenata, rivelavano un passato interessante, in cui segnare in modo indelebile il proprio corpo significava ancora qualcosa.
Se ne stava in spiaggia semivestita, sempre all’ombra, a fumare piano sigarette sottili e senza filtro.

- La CIA fece in modo che i poliziotti (Dio, ce n’erano a migliaia) non intervenissero: in quei tre giorni non ci fu nemmeno un arresto per droga, anche se la maggior parte di quei cinquecentomila faceva uso di erba o di LSD.

Mi raccontò di Woodstock, perché lei era stata a Woodstock. Era convinta che la CIA avesse approfittato di quel concerto per documentarsi sull’impatto delle droghe su una massa di persone.

- Avevo quindici anni. Ricordo che ho scopato cinque ragazzi diversi in tre giorni. Puoi immaginarlo?
- So che può succedere.
- Cinque in tre giorni?
- So di due in un giorno solo.
- E uno dei due eri tu.
- So di due in un giorno solo.
- Ok. Comunque da allora non mi sono più fermata.
- Di scopare, dici?
- Sì. Di scopare.

Le sue gambe nude, dalla pelle cascante e dalle giunture giganti, sopportavano un’infiammazione identica a quella che le deturpava il volto. La stessa tonalità di rosso fuoco, dai piedi chilometrici, saliva fino ai suoi polpacci sgonfi.
Era orribile da guardare, la mia vicina di ombrellone.

- Sono vecchia ora. Vedi?
- Sei malata, non vecchia.
- È la stessa cosa.
- Non saprei.
- Lo so io, che ho sempre misurato il tempo a suon di scopate.
- E com’era, quel tempo?
- Immobile. Scopare con persone sempre diverse ferma il tempo.
- Sì?
- Sì. Poi, quando mi sono ammalata ho smesso, e il tempo ha ricominciato a scorrere. A scorrere velocissimo, come se volesse recuperare quella parte di sé che aveva perduto.

Ogni tanto si alzava a fatica dal lettino, si copriva con una camicia lunga e sfliacciata sui bordi e si dirigeva senza fretta verso il bar, dove ordinava una birra ghiacciata. Fatto qualche passo, di solito si voltava verso di me, scuotendo la testa come se volesse dire: Non dovrei. Poi strizzava un occhio e proseguiva. Vista di schiena sembrava davvero vecchia.

Due giorni dopo eravamo a letto insieme: era incredibile, così brutta e così brava. Un senso di nausea dolciastra mi riempiva la bocca mentre il mio pene riempiva la sua.
Quando sollevò la testa, sembrata allarmata.

- Stiamo scopando vero?
- Beh, sì…
- Voglio dire, non stiamo facendo l’amore.
- No, non avere paura.
- Grazie.

alcoholichaiku

Un tramonto dalle dita di rosa
tinge il fico di fica:
vanto venuzze da avvinazzato.

J_ok

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frammentingei #3

pPer languire, ho sempre cercato – in una donna – i particolari che innamorano. Le dita delle mani troppo lunghe o troppo corte. Un seno più grande dell’altro. Il naso aquilino. Cose così. Le orecchie a sventola, gli zigomi segnati più del consueto, la pelle color del latte. Grosse vene azzurre che percorrono il dorso della mano. Un incisivo ribelle. Capelli impossibili da domare.
Da questo punto di vista Judith non era facile da amare.
Era come abbracciare ogni giorno una donna diversa, anche se soltanto in un particolare. Il fatto è che – il più delle volte – io mi innamoravo subito di quel particolare, che qualche giorno dopo non c’era più. Certo, un altro aveva preso il suo posto, ma io languivo ancora per il particolare del giorno prima.
Judith no, lei viveva bene questa cosa. Non era per nulla possessiva, nemmeno con se stessa, e considerava il suo corpo l’espressione della sua libertà.
It’s my electronic brain, diceva.
E se obiettavo che il suo cervello elettronico io avrei voluto, baciandolo, riconoscerlo come mio, mi rispondeva:
Well, so kiss my name.

frammentingei #2

Quasi ogni mattina Judith mi intratteneva sulle sue tette con lunghi excursus sull’evoluzione della loro forma nel tempo; si trattava però di un tempo circoscritto, quello a cui si riferiva Judith, un tempo spesso identificabile con le ventiquattro ore precedenti, come se le metamorfosi fossero simili a quelle che avvengono dentro una lava lamp rallentata, in cui la paraffina solida sfiorasse in modo permanente la temperatura di fusione e si muovesse nell’acqua con estrema lentezza, sebbene con una continuità assoluta.
Di solito Judith si presentava in cucina in boxer e reggiseno (ogni giorno di foggia e misura diverse) e mi parlava delle sue tette mentre facevamo colazione. Io la ascoltavo, attento. Si trattava, secondo lei, di cambiamenti che coinvolgevano non soltanto l’aspetto esteriore ma anche la funzionalità.
Le mie tette, diceva Judith, sono di volta in volta dei contenitori e dei respingenti, delle sanguisughe e degli abbeveratoi, il concretizzarsi dei miei disturbi bipolari e la mia stereofonica unità d’intenti.
Ne parlava come se si trattasse di una caratteristica, se non proprio del tutto normale, perlomeno giustificabilissima.
Ma tutto questo non tanto in generale – precisava, guardandomi seria – quanto nei tuoi confronti.
Poi si metteva a parlare di me: sembrava volesse vivisezionarmi, e anche se non raggiungeva nessun risultato, ogni giorno sembrava diventare sempre più sicura di sé.
I’m physically fitted – concludeva – to run what you tipe in.
Boh, non avrei saputo dire cosa c’entrasse questa frase con le sue tette, credo si riferisse piuttosto al fatto che chattavamo spesso.
D’altra parte eravamo sempre connessi.
A volte chattavamo da due divani diversi, tutt’e due nella stessa stanza.

frammentingei #1

Judith la conobbi in un parcheggio. Stavo cercando la mia auto fra le centinaia allineate tutt’intorno a me. Lei mi guardò e mi chiese se avessi visto una Ford chissà cosa, nera con gli interni rossi. Guardandomi intorno le dissi di no. Sembrava straniera. Subito dopo vidi la mia, di auto. Ripresi a camminare, questa volta con passo più spedito. Prima di aprire la portiera ebbi l’ispirazione di voltarmi verso di lei.
Il cielo rosso gengiva di quel tardo pomeriggio mi regalò una visione come ne sanno suggerire soltanto le fotografie americane degli anni Sessanta: una distesa di tettucci in fiamme separati da muri invisibili, scanditi da giovani alberi agitati da un vento intermittente; al centro (al centro esatto, nella piccola rotonda che smistava entrate e uscite) c’era la mia Judith, con i capelli doppiamente mossi, le borse in posizione di resa e lo sguardo perduto nell’oltremondo, quel luogo pericolosamente simile al vuoto legante da dove non si esce se non con una connessione super veloce.
Il parcheggio è la dimensione più spirituale del nostro tempo, pensai mentre tornavo verso di lei.

space to experience

Magdalena

per leggere cliccare sulla foto

sculture di Magdalena Abakanowicz – testo inserito con Photoshop

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